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Oltre la traversa (Il Mucchio Selvaggio 2002/2003)


Weeds



giovedì, giugno 16, 2005

Da dentro (millenovecentonovantaundici)

"No che non ero pronto.
Non ero pronto all'idea di interrompere gli studi, lasciare casa mia, rivoluzionare i miei orari, senza preavviso alcuno. Non ero pronto a un'orda di bambini scatenati e vocianti che mi attraversassero la vita così all'improvviso.
Non ero pronto a un universo sconosciuto che pretendesse di essere accostato e accolto tanto repentinamente."
(Matteo B. Bianchi - Fermati tanto così)

Non è mica facile "fermarsi tanto così". Per niente.
Ogni esperienza che fai, ogni strada che imbocchi, bivio che inforchi e tutte le altre ardite metafore che racchiudono la parola "vita", finisce che si prendono un pezzo di te e lo lasciano lì.
Se ti guardi indietro (e dentro), puoi vederti come un puzzle. Un puzzle che ragiona per scomposizione e che per ogni pezzo che perde ne acquista un altro.
Si cresce spezzettandosi e non ricompattandosi. E' questa la verità.

Quando mi è arrivata "la cartolina tra virgolette", quella cartolina, ero ad Amsterdam. Per farla ritirare dai miei ho dovuto fare una delega. A distanza.
L'ho saputo il diciannove agosto. Da una telefonata. E un po' me l'aspettavo.
Servizio Civile. Al comune del Paesello Poco Più Grande del Piccolo Paesello di Provincia.

Sono arrivato lì con ancora addosso il jet leg olandese ed i postumi di una notte passata su un divano di Bologna. Un divano che neanche una settimana dopo avrebbe festeggiato la nascita di una bambina. Lo ringrazio, ancora adesso.
Nella piccola saletta d'attesa, gli altri obiettori attendevano il plotone d'assegnazione.
Non come una fucilata, ma quasi.
Sembrava il raduno dei nerd. Tutti ingegneri. Tranne due.
Uno ero io.
Arriva il responsabile. Ci scruta:
"Siete otto e volete tutti andare all'ufficio cultura. Ovviamente non è possibile. Quattro di voi devono andare al Centro Diurno. Volontari?".
Non si muove una mosca e se si muove, lo fa in silenzio.
Io non sapevo neanche cosa fosse un Centro Diurno. Figuriamoci se ci sarei andato volontario.
"Colasanti - lo sapevo - mi hanno detto che tu fai il giornalista -pfiuuu- quelli del Centro Diurno fanno un giornalino - cazzo- forza, tu vai lì!"
Cazzo.
Subito dopo di me, Marco, Damiano ed Antonio si propongono come volontari.
L'hanno fatto senza pensarci troppo e un po' per simpatia nei miei confronti (mi hanno confessato dopo). Strano, non avevo rivolto la parola a nessuno.
Antonio in realtà la simpatia la provava per la responsabile del centro.
Magra, alta il giusto, tatuata e con le mutande a vista. Come dargli torto.

Nel giro di pochi secondi siamo stati catapultati in una macchina. La direzione? Non c'era neanche il bisogno di dirla.
Si apre la porta. Eccolo, il Centro Diurno. In tutto il suo splendore.
Il battesimo del fuoco ce lo dà Amedeo. Sulla quarantina avanzata. Magro, Scheletrico.
Spastico.
Sta su una sedia a rotelle piuttosto raffazzonata, non parla e si muove per spasmi.
Panico. Porca Puttana.
Antonio si mangia le mani, vorrebbe scappare. Nessuno di noi riesce a dire una parola. Rimaniamo lì, imbambolati, a fissarlo.
E' che non lo sapevamo ancora. Non sapevamo nulla.
Non sapevamo guardare ed indivudare la normalità ed il bello, anche in un corpo così martoriato.
Non sapevamo che Amedeo aveva il dono di saper parlare con gli occhi. Che, mentre veniva imboccato, fingeva spasmi per far capitare le mani tra le gambe ed i seni delle operatrici. Che mentre lo faceva, ti guardava e rideva.
"Capisciammé", avrebbe detto. Se solo avesse potuto.
Non sapevamo che di fronte al regalo di un calendario delle Veline, ci avrebbe fatto capire di metterlo vicino a Padre Pio. Con la speranza che il non ancora santo facesse il miracolo di far sparire quei pochi veli rimasti. Non lo sapevamo.

E non sapevamo neanche di Maurizio, tardo adolescente problematico, che girava sempre con cuffie professionali sulle orecchie e musica techno e gabber in sottofondo. Oddio, sottofondo non proprio. Aveva un rave che suonava a due millimetri dalle sue orecchie. Sempre. Ripeto.
Poi c'era Jolanda. Fidanzata con Nino D'Angelo.
Gianluca, esperto di musica popolare.
Stefano, che appena poteva si metteva il rossetto e tirava cannonate con il pallone che neanche il Sinisa dei tempi d'oro.
Toni, ballerino. Sapeva a memoria il testo di ogni canzone che passava alla radio. Dai Pink Floyd, a Bob Marley, a Vasco Rossi. Imitiva le mosse di Hulk Hogan. Un grande.
Alessio, bimbo autistico che tutti noi obiettori evitavamo di accompagnare in bagno. Per non sentirci inferiori. Mica per altro.
Simona che, da una sedia a rotelle, tirava a canestro con la stessa precisione di Ginobili.
E Claudia. La stalker ufficiale di tutti gli Amici di Maria De Filippi. Quella che allietava le nostre giornate con la lettura di Cioè.
Erano in tantissimi. Tutti diversi e allo stesso tempo meravigliosi. Detto senza un briciolo di ironia.

La mia preferita era Alettia (Alessia, ma senza le s), una bambina bellissima. Tonda, dolce e con uno sguardo veramente commovente.
Appena entrava gli altri utenti la guardavano con sospetto, lei scrutava tutti, mi si avvicinava e mi dava le mani. Tutte e due. Le successive quattro ore passavano così, con me che tenevo le mani e che cantavo canzoni a richiesta. Come un juke-box.
"Cantiamo?"
"Cosa?"
"Quella bella. Quella bella-bella. Quella delle bandiere"
"Avanti popolo alla riscossa band..."

Si agitava e sbatteva forte i piedi:
"Un'altra!"
"Quale?"
"Rosina!"
"... Rossina dammela, dammela, dammela, dammela, dammela per favor..."

Andava così. Fino a che non impazziva. Ed incominciava a tentare di strapparmi i capelli e di mordermi. M
i prendeva a calci, gridava:
"Vaccaculo, poccaputtana"
E poi di nuovo: "Cantiamo?"

Un giorno è stata capace di distruggere una stanza. Da sola.
La adoravo, anche gli altri operatori ed obiettori. Più o meno.
Gli altri bambini, invece, appena la vedevano scappavano.
Le avevo insegnato, appena scendeva dal pullman, a nasconderi per poi sbucare fuori, correndo e gridando: "Tatanaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!"
Satana.
Gli altri bambini scappavano.
E lei era contenta. Raggiante.

Io non lo so se le sono stato utile. Probabilmente non ricorda neanche chi sono.
So che lei è stata utile a me. E come lei tutti gli altri.
Un pezzo di me che sono fiero di aver sparso da quelle parti.
Un pezzo di me che rimane dentro. Chiaro ed indelebile.

10 Comments:

Anonymous Anonimo said...

Vaccaculo mi fai piangere...
Manu

1:44 PM  
Anonymous Anonimo said...

Bravo Emiliano.
Non fare sempre il polemico, perchè non serve a niente.
Incazzarsi perchè non ha vinto il SI, O.T., a che è servito? A farti avvelenare di più.
Queste sono le cose per cui val la pena vivere, e quindi val la pena anche raccontare.
Io ho cominciato malissimo al servizio civile, avevo paura dei disabili, che, lo posso dire, senza temere di essere smentito, mi hanno ridato la vita.
Grazie di questo post.
Francesco Santoro

3:16 PM  
Blogger colas said...

???
(sgrano gli occhi)

3:37 PM  
Blogger LaGiulia said...

Quanto è bello questo post.
Te l'ho già detto, ma te lo ridico.
E' meraviglioso, questo post.
C'è dentro tantissimo di quello che fa di te una persona splendida.

Un bacino imbarazzante (ma te lo dovevo proprio dare in pubblico).

7:05 PM  
Blogger colas said...

ehhhhhhhhhhhhhhhhh
:)

11:06 PM  
Anonymous Anonimo said...

come ci son dentro in ste cose.

Bello.

nick_brag

1:07 PM  
Anonymous Anonimo said...

questo post è stato un piacevole tuffo nel passato ... ma non mi dire che hai dimenticato Fiorello(che non conosceva le consonanti),Ivan(il più 'kiakkerato') e Matteo l'interista(forse per questo permalosissimo)...e la special guest....'LA GRANDE BESTIA'...che spero meriterà una citazione particolare in qualche futuro post!

p.s.non è stato però tutto rose&fiori..ammettilo! o ti è veramente piaciuta la serata con i ragazzi al concerto dei matia bazar???
marco, l'altro non-ingegnere(ci tengo!)

3:15 PM  
Blogger colas said...

il post sulla grandebestia arriverà sicuro.
Non ho dimenticato nessuno: E' che non ho trovato l'agnella!

dai il concerto dei matia è stato memorabile: mi ricordo quando il chitarrista batteva le mani e la chitarra suonava da sola.
E mi ricordo una certa persona (ora sposata) che si dannava per fotografare il tanga della cantante.
che tempi!

4:15 PM  
Anonymous Anonimo said...

meraviglioso e splendente.

come si fa la faccina che sorride tantissimo e che contemporaneamnete piange tantissimo?


nora

1:05 AM  
Blogger colas said...

oddio nora...
si fa che ti dico grazie.
tantissimo:)

10:50 PM  

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