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sabato, dicembre 10, 2005

Chiedi chi... (and so this is christmas)


Il Natale inizia diciassette giorni prima.
Lo dice quella regola che si chiama tradizione e che nel mio palazzo hanno deciso tutti di rispettare.
L'altro ieri mattina era tutto un trafficare di alberi e spuntare di luci.
Un "tanti auguri" sussurrato davanti ad un portone.
Un "già?" tenuto in gola per cortesia.
O buona creanza, che fa tanto Cupiello che fa tanto Natale.
"Te piace 'o presepe?"
Non lo so, stavo fotografando una banda di babbi natali funky che suonava Jingle Bells in medley con Balla di Pino D'Angiò.

Che arrivava Natale, a casa mia si intuiva da diversi fattori.
Da un otto dicembre passato tra palle, puntali e nebbia e locali a cui dai del tu, da quelle assurde decalcomanie attaccate alle finestre, dalla letterina da preparare come un testamento e dai Beatles. E dal presepe.
Ma soprattutto dai Beatles.
Non che venissero loro personalmente a bussare alla porta per farmi gli auguri - probabilmente erano occupati - ma venivano usati da mio padre come segnale di fumo per far capire a tutta la famiglia che, sì, quello era un giorno da festeggiare.
Che poi lo facesse tutte le domeniche è un altro discorso. E che tutte le domeniche non fossero Natale, pure.
Ma Natale era una cosa diversa.
A Natale, quel vinile dalla copertina marrone e di dubbia provenienza (non è citato in nessuna delle discografie ufficiali del gruppo) suonava bene come non aveva mai suonato.
Finiva quasi per piacermi pure Michelle, a Natale.
Ed io Michelle l'ho sempre odiata.

Tra tutte le storie che mi venivano raccontate da bambino, quella dei quattro ragazzi di Liverpool che diventavano i migliori del mondo era la mia preferita.
Mio padre me l'aveva messa giù così: c'erano Paul e John che erano due amici e c'erano Ringo e George che erano amici pure loro, ma meno importanti degli altri due.
Ringo meno di tutti.
Loro suonavano insieme ed avevano deciso di chiamarsi Beatles. Scarafaggi.
Si erano scelti questo nome perché si sentivano emarginati.
Capelloni, musicisti, poveri, neanche troppo belli.
A Liverpool non li faceva suonare nessuno, vivevano confinati nelle cantine e per campare erano dovuti andare a cercare lavoro in Germania.
Poi ad un certo punto tutto è cambiato, la gente che li aveva sempre schifati cominciò ad imitarli.
Tutti portavano le loro stesse giacche, il loro stesso taglio di capelli e gli stessi stivaletti.
Erano diventati i primi in classifica, ed era scoppiata la mania.
Che non era una mania per niente paragonabile a quelle che normalmente chiamiamo manie, era una cosa diversa. Nuova.
Una cosa tipo: i Beatles avevano reso il mondo un posto migliore. Una cosa del genere.

Ma le belle storie non hanno sempre un lieto fine ed i due amici, quelli importanti, incominciarono a litigare tra di loro per tutta una serie di motivi.
Tra cui uno giapponese.
Che poi era una: Yoko.
Ma non era solo lei il problema, il problema era anche stabilire chi avesse fatto cosa, chi dei due fosse il più bravo, il più bello e così via.
E poi c'era la droga. La droga li aveva trasformati. Li aveva resi persone diverse fino a spingerli uno contro l'altro e a fare evaporare i loro sogni di gloria.

Ecco, mio padre ma la raccontava così. Come si racconta un cartone animato.
Io mi limitavo ad ascoltare la musica e le sue parole.
E guardavo le foto.
I Beatles capelli a caschetto e giacchette abbottonate, e quelli con la barba lunga ed i vestiti strani.
Avevo imparato a distinguerli. I primi erano i buoni, i secondi i cattivi.
Quelli che avevano mandato tutto a puttane. Anche se allora "puttane" non avrei potuto dirlo.
Figuriamoci scriverlo.

Poi sono cresciuto ed i Beatles ho cominciato ad asccoltarli davvero e ad apprezzare molto di più la versione cattiva rispetto a quella buona.
L'unica cosa che non è cambiata è il mio pensare a loro come alla cosa più vicina al Natale che conosco.

9 Comments:

Anonymous sarak said...

sei fortunato... da 'sti pizzi batte bandiera Bing Crosby.
Però una volta l'anno fà pure piacere: tutto diventa così mellifluo... ahooo!!!

4:27 AM  
Anonymous wowie zowie said...

il natale a napule significa le strade del centro storico totalmente intasate (roba che non si cammina neanche a piedi) per via delle miliardi di persone che vanno a vedere i maledettissimi presepi.

6:42 PM  
Blogger Mr. Onward Toward said...

mia madre ha messo in loop i canti di natale in svedese. Penso che Hey Jude, Let It Be e The Long And Wnding Road cantate in cinese sarebbero addirittura più tolleranti.

9:56 PM  
Anonymous sir brian jones said...

copertina marrone. vuoi vedere che avevi il doppio vinile di ballads (the beatles / love song)?
io l'ho recuperato per pochi pochi euro qualche settimana fa e - coincidenza - lo sto ascoltando proprio ora.
e sì, a natale lo faccio girare sicuro. nè.

saluti, il sir

11:50 PM  
Blogger Enver said...

quesiti per il Susi:

è più intollerabile "il natale quando arriva arriva" o "è natale è natale si può fare di più?"

"Balla" non era di Umberto Balsamo? o ti riferisci a "Che idea", che nel suo termine contiene il vocione di D'Angiò che dice "balla" un po' come lo direbbe Felice Caccamo? (quanto è 90s citare Caccamo?)

gran post. quella maledetta giapponese da anni viene a svernare al Lido con la scusa delle installazioni. ho sempre pianificato di squartarla

2:33 AM  
Blogger colas said...

Grande Brian!
il vinile era proprio quello.

Enver, hai ragione, era Che Idea.
Devo ripassare la lezione del funk pop italiano.

Alla fine a me "la nippona che il gruppo scompiglia" sta anche un po'simpatica.

9:55 AM  
Blogger MarMar said...

Basta festeggiare il Natale! Festeggiamo piuttosto il culto dei Beatles!

12:23 PM  
Blogger MarMar said...

Basta festeggiare il Natale! Festeggiamo piuttosto il cultio dei Beatles!

12:23 PM  
Blogger colas said...

il buco del cultio?

6:39 PM  

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