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Weeds



domenica, gennaio 29, 2006

Santa Madre dei disgregati, prega per te



"Ovunque proteggi" è come certi libri della beat generation.
Quei libri in cui il protagonista ruba una macchina ed imbrocca una strada a caso, tirando avanti fino a che non si consuma la benzina. Ed allora ne ruba un'altra, e un'altra ancora.
Quello che succede nel frattempo (tra un furto d'auto e l'altro) è il vero centro del racconto, il viaggio inteso come summa di facce, luoghi e situazioni.
Il viaggio come mezzo per raccontare storie nascoste dentro altre storie, una castello di scatole cinesi di cui ogni fine costituisce un nuovo inizio.

"Ovunque proteggi" non è un disco facile. Come certi libri non sono facili da leggere.
Si fa fatica a trovare un appiglio, un segno di continuità capace di creare affetto e conquistare immediatamente il lettore/ascoltatore.
Bisogna tornarci sopra più volte, riaprire le pagine e spingere play. Continuamente.
Bisogna abbattere un muro, linguistico ancor prima che musicale, e poi ricostruirlo da capo per capirne il senso.
In Vinicio Capossela tutto è imprevedibilità, anche dove a vincere sembra il contrario.
Dalle parte di Spessotto (il singolo, non a caso), è l'unico pezzo rassicurante dell'album, una marcetta come tante, il classico pezzo di Capossela allegro ma non troppo.
Diretto anche nel suo essere obliquo. Esattamente come il testo, fantasioso, giocoso e comunque profondo nel lanciare un messaggio di appartenza.
Appartenenza estetica ad una categoria, quella degli irregolari, di chi preferisce perdere bene piuttosto che vincere male.
Dalla parte di Zeman piuttosto che di Capello, dalla parte di David Lynch e contro Steven Spielberg, con Paperoga e contro tutti gli altri paperi.

Non trattare, il brano d'apertura, è invece una litania che inizia come una canzone dei Calexico e continua come un salmo biblico rivoltato in chiave mediorientale.
Occhio per occhio, dente per dente. Una difesa della fede a tutti costi, da chi evidentemente fede non ne ha. Brucia Troia ("Una canzone perfetta per dediche radiofoniche", secondo il suo autore), è rumorismo nonsense su cui entrano una specie di chitarra distorta (forse un sitar?), un coro tenores (il pezzo è stato registrato in Sardegna, un luogo diverso per ogni canzone dell'album).
Prosegue sulla stessa direzione, e va pure oltre, Al Colosseo il rosario della carne.
Il resto è un insieme di marce bandistiche (L'uomo nuovo inno alla gioia), rimandi agli anni sessanta della commedia all'italiana (Medusa cha cha)
Dove siamo rimasti a terra Nutles è la nuova Scivola vai via, in cui il barrio viene inquadrato geograficamente una volta per tutte nell' America che c'era una volta.
Pena de l'alma e Lanterne rosse scorrono facili e conducono a S.S. dei naufragati.
Il vero perno dell'album. Ottimo minuti di archi, voce recitata, e fiati da orchestra per matrimoni e funerali. Però senza matrimoni.
Una preghiera laica per tutti i sommersi. Acqua in ogni dove e nemmeno una goccia da bere.
Ovunque Proteggi è la fine del viaggio, l'ultima macchina rubata che porta dritti dritti al punto di partenza. L'altro pezzo veramente Caposseliano dell'album. Praticamente Tom Waits all'italiana.

Vinico Capossela è un personaggio che sembra uscito proprio dalla penna di quegli scrittori, ladri di auto. E forse è questo il suo punto più debole. La sensazione di trovarsi sempre davanti l'istallazione umana di un artista. Tutto sembra talmente calcolato al millimetro da quasi non poter essere vero.
Come un attore che recita un copione già scritto.
Fortunatamente da se stesso.

3 Comments:

Anonymous Anonimo said...

viva paperoga

8:22 PM  
Anonymous Anonimo said...

Metto ex voto all'altare di Capossela da anni. E dopo averlo visto nel recital di "Non si muore tutte le mattine" non vedo l'ora di ascoltare dal vivo Ovunque Proteggi. Ovunque.
Manu

11:00 AM  
Anonymous Federica said...

Lunga è la strada verso l'autenticità. Capossela mi pare la stia percorrendo e ad ogni album dimostra di essere progredito. In questo non so. Come dici tu, è un disco difficile.

10:34 AM  

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