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Weeds



mercoledì, febbraio 01, 2006

Popular culture no longer applies to me

Non sono stato al Good Mixer.
Anzi, fino a poco tempo fa non sapevo neanche cosa fosse il Good Mixer, ma visto che ogni articolo/post che parla del britpop non inizia se non c'è una citazione del Good Mixer, me la gioco subito all'inizio.
Via il dente, via il dolore.
Il fatto è che io il britpop non l'ho mai capito. O se l'ho capito non l'ho capito bene.
L'ho guardato come si guardava un treno in una stazione.
Un treno che va in una direzione opposta alla mia.
Un treno che volendo sapevo dove si poteva prenderlo. Ma non volevo.

Musica inglese (cioè proveniente dall'Inghilterra), l'ho sempre ascoltata, alcuna anche molto amata (devo fare l'elenco? Tutti in coro:"No che non devi."), ma quel movimento lì non è mai riuscito a coinvolgermi.
Troppo fighetto, troppo pieno di ragazzi carini, ed anche troppo effimero.
Io negli anni novanta ero uno da teenage angst e canzoni disperate.
Uno da Dinosaur Jr mattina, pomeriggio e sera.
Pixies prima e dopo i pasti.
Nirvana, Pearl Jam e Alice in Chains nelle notti di luna piena.
R.E.M. , Sonic Youth e Pavement in quelle di luna calante.
Mica robe di frangette e al party fino a tardy.
Guardavo con sospetto tutti i vari Menswe@r, Suede, Echobelly, Powder, Shed Seven, Gene e Bluetones.
Anzi, diciamo che mi facevano proprio schifo.
I Pulp gli ho scoperti pochi anni fa. Nel senso che pochi anni fa li ho spostati da due righe sopra di questa a questa. Ed ammetto il mio sbaglio. Erano grandi.
I Blur sono un caso a parte (soprattutto dal 1997 in poi).
I Radiohead, britpop non lo sono mai stati. Grazie a Dio.

Dieci anni fa il britpop era alla frutta. L'ultimo respiro sarebbe stato esalato l'anno dopo.
Ucciso da "Blur" e "Ok Computer". Titolavano i giornali.
Ma anche da "Young Team" e "The Week Never Starts Round Here".

Dieci anni dopo ed il britpop è ovunque. Solo che si chiama indie.
Solo che lo fanno anche gli americani.

Le stesse frangette, gli stessi ragazzi carini, la stessa esaltazione dell'effimero. Non un' altra, proprio la stessa, ingoiata, digerita e risputata fuori. Giust'appunto per riempire nuovamente i dancefloor delle discoteche rock.

Gli Arctic Monkeys sono gli ultimi arrivati sul grande carrozzone dell'hype a tutti i costi.
Il loro primo album è appena uscito, ma tanto le canzoni le conoscevano già tutti.
Disponibili da mesi, in versione demo, su Internet, vittime di un passaparola digitale tanto scriteriato quanto fortunato.
Ancor prima dell'uscita del primo singolo erano già delle star
Poi il singolo ha fatto il resto.
Ballando come robot del 1984 hanno polverizzato ogni aspettativa e venduto uno sfacelo di dischi.
Uno sfacelo da numero uno.
E' forse il primo caso di fenomeno nato sulla rete in grado di ottenere un grande successo in termini di numeri, copertine di riviste (anche quelle più improbabili) e servizi sui telegiornali nazionali (nel senso di inglesi) e non (nel senso di anche qui in Italia).
Roba che ne parlano tutti. Da Linus di Radio Deejay a Fiorello.
Fini ha confessato di averli sentiti suonare una volta, in Giamaica, e di essersi sentito male per due giorni.
Forse aveva avuto a che fare con il bassista.
"Whatever People Say I Am, That's What I'm Not" (gran titolo, non c'è che dire), non è un disco facile. Soprattutto per chi lo ha fatto.
Ben consapevoli del fatto che "comunque vada sarà un successo" e forse un successo senza precedenti, gli Arctic Monkeys sono entrati in studio con canzoni rodatissime sapendo però che la costante esposizione mediatica li avrebbe anche potuti danneggiare.
Per dire, questo album era atteso da quelli che si mettono sulla riva del fiume ad aspettare il cadavere del nemico come la manna dal cielo.
Tutti pronti a sparare sul pianista anche se il pianista non c'è.
Anche perchè alla fine c'è poco da recriminare.

Gli Arctic Monkeys fanno il loro e lo fanno bene. Soprattutto quando il loro è inteso come canzoncine veloci che fanno dondolare la testa. Un po' meno quando i ritmi si rallentano.
Fanno il loro, senza se e senza ma
Senza miracoli e rivelazioni.
"Whatever People Say I Am, That's What I'm Not" non è il disco definitivo del duemilasei e non è nemmeno il disco definitivo della musica inglese tout court.
Non è neanche un ottimo disco. Buono, sì, ma di quel buono che non emoziona.
Intrattiene, magari anche sì.
Con il già citato singolone fracassa-rotule, reggono il confronto solo When The Sun Goes Down, e Dancing Shoes. Il resto è mestiere che unisce Libertines, Franz Ferdinand e Strokes.
Ma con un pizzico di realismo stradaiolo in più.

Dal punto di vista dell'impatto con il pubblico non c'era un fenomeno simile dai tempi dei primi due album degli Oasis. L'augurio per loro è che Alex Turner e amichetti non sprofondino nello stesso gorgo dei fratelloni Gallagher.
Quello per noi è che arrivino dei nuovi Blur e Radiohead (magari gli stessi Blur e Radiohead) a tagliare la testa al toro una volta per tutte.

Prima di una nuova (ennesima) resurrezione.

9 Comments:

Blogger sadpandas said...

Tralasciando il discorso sugli AM, potrei quasi essere d'accordo col resto (io il teenage angst l'ho passato -poco- un attimo prima e al posto degli *orridi* PJ ascoltavo altro, ma giàssai). Però il punto mi pare sempre lo stesso: il momento in cui l'hype supera la questione 'musica' e 'attitudine' diventa una parola buona per coprire le pecche o per identificarsi più facilmente (superficialmente?). Poi rimango dell'idea che dove si riesce a far coesistere anche il 'pop' la qualità aumenta (l'esempio su tutti sono proprio certi Pavement, "Goo" dei SY o -pochissime- cose dei Nirvana) e dove c'è troppo 'rock' si avvicina pericolosamente l'autoindulgenza (vedi anche nel britpop). Insomma, storia vecchia ;)
I'm feeling Supersonc, give me gin & tonic. O almeno un tè con Jarvis.

2:16 PM  
Blogger colas said...

questo commento me l'aspettavo:)

2:23 PM  
Blogger sadpandas said...

Ellosò ;) Io invece non m'aspettavo, passati più di due anni dalla prima volta in cui ne parlammo, di trovare in circolazione l'hype britpop rivisto e corretto (su questo c'hai proprio preso).
"When I wake up...in my make-up..." :)

2:36 PM  
Blogger JR said...

che dire amico.... la grande truffa del rock'n'roll non avra0' mai fine e forse è giusto che vada cosi...poi gli inglesiste cose le fanno in modo molto easy e professionale... sai le proposte americane sono state gli strokes...che ok....ed i white stripes... bella roba se mi permetti(e so che non siamo d'accordo)

come te.... io aspetto quello che verrà dopo, purtroppo l'oggi non mi interessa...

1:55 AM  
Blogger colas said...

ma vedi, sui white stripes secondo me è un discorso. Capisco che anche il loro successo sia dovuto a questioni di immagine, ma è un gruppo che la sua credibilitù se l'è costruita a forza di fanze, sette pollici e dischi per etichette che più indipendenti non ce n'è.
Volendo, anche musicalmente, possono piacere o non piacere, ma quanto meno sono sinceri (tra mille virgolette) fanno una roba che facevano già sette anni fa esattamente come la facevano sette anni fa.
Poi io infatti non dividevo tra americani e ingliesi. Cioè: negli anni novanta le differenze tra le due scene indie erano enormi, ora è tutto molto più labile.

Poi, per tornare anche al discorso di Massi,mi ricordo che appena uscì il pri mo strokes tutti i britpopper romani incominciarono a vestirsi come casablancas... per cui è un cane che si morde la coda.

3:04 AM  
Anonymous sarak said...

Vabbè so' vecchio:
nella mia adolescenza (fine '80)sentivo punk, pogavo ad ogni festa, mi addormentavo con Leonard Cohen (e vorrei vede'...), mi svegliavo con i Led Zeppelin, mi sballavo con i Pink Floyd e godevo con Bowye, Lou Reed, Rolling Stones,etc... Beninteso, sentivo anche un sacco di cazzate eh!
Insomma sarà che l'avrò presa con maturazione e diffidenza "la nuova onda", ma io personalmente non ho mai partecipato o mai notato certi funerali e già da cinque anni similbandsovestest spuntano come funghi sullo scenario rockpop indie... tanto ormai non ci si capisce quasi più un kaiser.
Tutti così bellini, tutti così carini, tutti così ragazzini, tutti così veloci e freschi. Tutti buoni, pochi ottimi. Tanto ora si è abituati (grazie esclusivamente ad internet!) ad ingurgitare di tutto e a gettarsi come sciacalli sulle nuove bestioline. Vedremo chi riuscirà a non farsi sbranare.

Ah... cmq il tempo passa però Bowie, Reed, Stones, Led Zeppelin, Clash, etc, sono ancora qua, là, dentro e fuori. Loro sì

3:27 PM  
Blogger Mox XIV said...

Più facile o più difficile avere successo nell'era internet? A mio avviso, più difficile.
La proposta musicale disponibile oggi è superiore di svariati ordini di grandezza rispetto a quella del passato. "Primeggiare" e raccogliere un così ampio consenso, ora che il pubblico musicale è così spezzettato in sotto-sotto-generi, è indice di una forza musicale e comunicativa speciale. Secondo me, tra dieci anni, questo disco degli Arctic Monkeys lo ascolteremo ancora.

5:18 PM  
Blogger colas said...

probabilissimo.
come è altrettanto probabile che domani esca un nuovo fenomeno in grado di offuscare immediatamente quello attuale.
Alla fine internet ha talmente velocizzato il modo in cui si fruisce della musica che sinceramente non riesco proprio a pensare a cosa succederà da qui a dieci anni.

5:43 PM  
Anonymous sarak said...

Esatto! Sai che a volta non riesco nemmeno a sentire bene un disco perché ne metto troppi sotto mano?
Però temo, fortemente temo, un appiattimento musicale così come è successo già con il cinema e la letteratura: rispettivamente con la fagocitante TV (intesa anche come la scatola che abbiamo al centro della nostra casuccia) e con la possibilità data a molti/nessuno di mettere per iscritto la propria ignoranza e arroganza parata a festa (vedi internet, riviste di cacca, diari quotidiani, etc...)

O.T.
Caro Colas ho dato un'occhiata alla tua rivista da Marco: a parte i contenuti su cui siamo senz'altro d'accordo, abbiamo mosso delle asprissime critiche sulla "presenza scenica". Tutti concordi: cambiatela!

2:24 PM  

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