E' una questione privata

Ieri mi hanno raccontato una storia.
Non so se si tratti di una storia vera o semplicemente di fantasia, ma so che è una bella storia.
E le belle storie meritano sempre di essere raccontate, anche se non sono vere.
Soprattutto se non sono vere.
A. è a Milano per lavoro, marzo è iniziato da pochissimi giorni. Non si capisce se fa caldo o fa freddo. Forse perché fa tutte e due le cose insieme.
E' vestito come un mormone. Si sente a disagio. Piuttosto che indossare una giacca e una cravatta preferirebbe il casco nero di Darth Vader, ma non può fare altrimenti.
E' lì per una riunione importante. Una di quella a cui ci si va con la valigetta in mano.
Fuori dal palazzo c'è un taxi che l'aspetta. L'ha prenotato una settimana prima.
Ha i secondi contati e tutto deve essere calcolato alla perfezione.
Non sono ammessi sgarri.
Scende le scale, non gli piacciono gli ascensori, saluta il portiere e si dirige verso la macchina bianca.
Apre la portiera, non fa in tempo ad aprire la bocca che rimane sorpreso dalla musica diffusa nel taxi.
"I Mogwai? Quale cazzo di radio manda in onda i Mogwai a quest'ora?"
Non fa nemmeno il tempo ad indagare che la canzone finisce.
Ne inizia un'altra. Sempre dei Mogwai.
A. non si trattiene: "Scusa, ma ti piacciono i..."
La frase non fa in tempo a finirla. Il tassista si illumina. Impazzisce.
Ascolta i Mogwai tutti i giorni, da sei anni, e mai nessun cliente si è interessato a quella musica.
Nessuno che abbia mai chiesto di cosa si trattasse, nessuno che si fosse mai dimostrato infastidito, figuriamoci contento, di quella musica.
Mai una parola. Una faccia, neanche uno sbuffo.
Niente di niente.
Il tassista è felice, non si trattiene più, racconta di viaggi e di concerti collegati ai viaggi.
Di notti insonni negli aeroporti e nelle stazioni. Di Fear Satan, come la chiamano gli intimi, e di Xmas Steps che ormai non la suonano quasi più, però, insomma...
Parla, snocciola aneddoti su aneddoti e si scioglie.
Poco prima di lasciare A. al suo lavoro, subito dopo: "Ecco, tieni pure il resto." e "Ma no, scherzi, dovrei essere io a pagare te", indica con un dito il cruscotto della macchina. Vicino al tassametro, proprio dove una volta ci andava la classica scritta "Non correre, pensa a me" è attaccato un biglietto. Quello del concerto dei Mogwai a Milano. Il prossimo.
C'è poco da fare, i Mogwai sono il classico gruppo che ti viene facile considerare come "un fatto personale". Una band che riesce a dire tantissimo pur facendo dell'incomunicabilità un vanto. Una bandiera.
Un po' come certi giochi della Settimana Enigmistica, si limitano a darti i puntini.
Unirli, seguire i numeri e vedere che disegno esce fuori è un compito che tocca allo spettatore.
Si limitano a suonare note che sono emozioni. E che scuotono.
Anche quando si dimenticano di fare tutte le tue canzoni preferite, anche quando il suono ed i volumi non sono all'altezza, anche quando si ritrovano su palchi infami e non meritevoli di così tanto pubblico.
Questa sera erano a Milano.
Il tassista ha staccato il biglietto dal cruscotto del suo taxi ed è entrato nella sala concerti.
La storia è finita. Anche se non so ancora come.
1 Comments:
è finita con summer
che poi non hanno finito con summer
ma il senso è quello
che poi la storia non è finita
perchè helicon 1 e fear satan non possono farla finire
come il celtic
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