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Weeds



lunedì, maggio 15, 2006

Sono io che sono un giovane vecchio, oppure è lui che un genio?


Neil Young mi è piaciuto da subito.
Dalla prima volta che l'ho visto. In televisione.
Era un concerto tributo a Bob Dylan che la Fininvest trasmise in diretta, in quarta serata.
Ovviamente rimanere in piedi fino all'ora prestabilita era la più utopica delle utopie, ma grazie a mio padre, alla sua passione per Dylan, ad una videocassetta e al videoregistratore, riuscii comunque a non lasciarmi sfuggire l'evento.
C'erano tutti quella sera sul palco. Artisti vecchi e nuovi, veri e propri miti in carne ed ossa e giovani leoni scalpitanti pronti a sfruttare in pieno la vetrina. Tutti.
Lou Reed, Johnny Cash, Tom Petty, John Mellencamp, George Harrison, Eric Clapton, la Band, Tracy Chapman, Eddie Vedder, Bob Dylan (ovviamente)...

E c'era Neil Young. Enorme e ricurvo sulla sua chitarra Gibson, i capelli spettinati, lunghi e al tempo stesso radi, la camicia a quadri e l'espressione di chi era stato appena tirato giù dal letto e pur non essendosi ancora del tutto svegliato, ci dava dentro di brutto.
Rispetto a tutti gli altri grandi presenti sul palco, lui sembrava essere l'unico a non celebrarsi, l'unico a non rimarcare con ogni movenza e accordo il suo "essere Neil Young".
L'unico a non cercare di rivaleggiare con Dylan e a sembrare quasi totalmente al suo servizio.
L'unico, con Vedder e Tracy Chapman. I due che la storia se la stavano appena scrivendo.

Ma la cosa che più mi rimase impressa di quella sera fu il modo che Young aveva di suonare la chitarra, il suo stile tutto sostanza e niente forma, i riff scarni e diretti, il suono distorto e gracchiante come prima d'ora avevo sentito provenire solo da giovani virgulti in camicia di flanella e che mai e poi mai avrei pensato di udire da un uomo di quella generazione ed epoca musicale.
Dopo quel primo incontro non l'ho più perso di vista, e mi sono messo a studiare.
Ho percorso la storia a ritroso, passato pomeriggi ad ascoltare dischi scritti e registrati non solo quando non ero ancora nato, ma quando ancora i miei non si erano neanche mai sfiorati, mi sono appassionato alla sua vicenda personale (una vita come un romanzo, e vi giuro che non è un luogo comune, un po' storico e un po' noir) ed ho seguito con attenzione il suo recente passato (quello nuovamente sfavillante della prima metà, diciamo fino al 1996, degli anni novanta), il presente ed il futuro prossimo. Ho sonnecchiato di fronte a dischi così così ("Broken Harrow", "Silver And Gold", "Greendale" e "Prairie Wind") ed ho mal sopportato i passi falsi ("Are You Passionate?"), ma nonostante tutto non sono mai riuscito ad abbandonarlo del tutto.

E' notizia di questi giorni l'uscita di un nuovo disco ("Living With War"), registrato in fretta e in furia e composto di canzoni definite dall'autore "di protesta".
Con tutto il senso che questa parola può avere oggi, nel 2006.
Non sono ancora riuscito ad ascoltarlo per bene e a farmi un'opinone, ma sono rimasto fortemente colpito dall'idea che anima questo nuovo progetto.
Praticamente, "Living With War" è un disco di istant songs, basate su un'architettura sonora molto scarna: batteria, basso, chitarra e poco altro (qualche inserto di fiati).
Fin qui tutto normale, tutto alla Neil Young. Se non fosse per le voci.
Le venticinque voci.
Ogni canzone di "Living With War" è cantata in coro. In certi casi anche la voce di Young è mischiata a quella degli altri. Completamente assorbita negli arrangiamenti.
L'effetto orrore è dietro l'angolo, in mano a qualsiasi altro dinosauro queste canzoni sarebbero state ricoperte di un manto di aurea pretenziosità che le avrebbe sicuramente affossate.
E invece...

Invece il primo singolo, Let's Impeach The President, è uno di quei brani che non ti stupiresti di ballare alla fine di una serata indie.
Magari tra I'm From Barcelona e Polyphonic Spree.


9 Comments:

Blogger FreeThinker said...

Hey, nice review. I dig Neil Young, and I dig Living With War. I just wrote a review on my blog.

Peace,

FreeThinker

6:22 AM  
Blogger sadpandas said...

Jesù. Dopo questo ennesimo definitivo colpo di genio potrei anche arrivare a perdonargli una volta e per sempre tutta la pletora di burini in camicia di flanella che ha patrocinato.

(...non è vero: non ce la faccio. Ma è a un passo dalla redenzione)

7:26 PM  
Anonymous Anonimo said...

In merito al titolo del post, la seconda che hai detto.
Forever Young!


countryfeedback.splinder.com

9:39 PM  
Blogger Alberto Motta remains the same said...

Colas...non per spezzare la magia, ma questa canzone fa schifo pure agli scarafaggi!

10:22 AM  
Blogger colas said...

Quale magia?

a me il pezzo piace, si vede che non ho gli stessi gusti degli scarafaggi.

10:49 AM  
Blogger colas said...

Quale magia?

a me il pezzo piace, si vede che non ho gli stessi gusti degli scarafaggi.

10:50 AM  
Blogger Alberto Motta remains the same said...

Già, il tono non era dei migliori. Mi sembra però che il tuo gusto sia un po' alterato dall'ammirazione quasi totalizzante. Comunque bacini e rock'n'roll.

2:12 PM  
Blogger colas said...

no, no. Guarda che non è così. A me Young piace e molto, ma penso che nella sua carriera abbia fatto molte cose parecchio brutte ed altre francamente inutili.
Per esempio i suoi dischi degli ultimi dieci anni, come scrivo anche nel post, non solo non sono riuscito ad apprezzarli, ma mi hanno quasi annoiato.
Lo stesso questo disco qua, dopo un po' di ascolti sono riuscito a formarmi un parere. Che non è affatto esaltato. Lo trovo un disco carino, con qualche trovata, e poco più. La solita aurea mediocritas, insomma.
Però questo pezzo a me piace e parecchio, lo trovo spiazzante e al tempo stesso furbo. Un bel singolo inaspettato (almeno per me)

2:44 PM  
Blogger simone said...

"Era un concerto tributo a Bob Dylan che la Fininvest trasmise in diretta, in quarta serata".
Acumi del palinsestismo commerciale.

9:45 PM  

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