Where Is the Future?

Qualche tempo fa, raccontando il concerto di Morrissey al SXSW, Marina scriveva di come fattori fondamentalmente "esterni" quali il luogo e l'atteggiamento del pubblico siano in grado di influenzare la riuscita di un concerto e la percezione che si ha di esso.
Di come tutto ciò finisca per condizionare e toccare anche l'aspetto più intimo ed emotivo, tanto da far diventare un concerto atteso ed agognato da tempo una cosa da cui scappare per non compromettere un'ideale. Quello dei dischi ascoltati in cameretta e che sembrano parlare di te e solo con te. Quelli che tu sola dentro una stanza e tutto il mondo fuori.
Sabato sera al Circolo degli Artisti era tutto come doveva essere.
Il locale appariva veramente come uno di quei club americani in cui il calore insopportabile è pari solo all'energia sprigionata sul palco e sotto il palco. Un locale di quelli fumosi anche se non si può più, in cui si è costretti a stare pigiati e convivere con odori e sudori altrui.
Anche il suono non tradiva le aspettative: sporco e poco definito. Il volume alto. Talmente alto da riuscire a segare sul nascere ogni tentativo di conversazione.
Insomma, tutto quello che è lecito aspettarsi da un concerto di rock and roll.
Un concerto dei Mudhoney. Per la precisione.
Mica Gigliola Cinquetti.
Sul palco Mark Arm, Steve Turner e compari non si sono di certo risparmiati, a partire dalla scaletta praticamente impeccabile. Suck You Dry, subito e poi un'alternanza scientifica tra cose vecchie ("Here comes the hit... Touch Me I'm Sick") ed altre più recenti.
Fino ad arrivare all'inevitabile ed estenuante (ottimo) finale psichedelico, che prepara la strada per un bis punk rock che più punk rock non si può.
Praticamente perfetto, per quanto possa considerarsi perfetto un concerto in cui non si va mai per il sottile e la grana grossa la fa da padrona dall'inizio alla fine.
Il problema è che la distanza da un certo tipo di cose, la consapevolezza di trovarsi all'interno di un mondo a cui non si appartiene più, si manifesta nei modi e nei momenti più impensabili.
I Mudhoney sul palco facevano i Mudhoney. Gli stessi Mudhoney di quindici anni fa.
Io sotto il palco, tra la folla, facevo me stesso. Il me stesso di adesso.
Un me stesso che è un altro, diverso da quello adolescente di un tempo.
Lui l'altra sera si sarebbe messo a piangere, avrebbe sgomitato per arrivare tra le prime file, avrebbe ballato, pogato e sarebbe uscito dal concerto con un sorriso più eloquente di mille post inutili. Io mi sono limitato a guardare gli altri che piangevano, ballavano e pogavano.
Un pubblico da "Oggi giochiamo agli anni novanta", fatto di camicie di flanella ostentate anche con una temperatura di quaranta gradi, crowd surfing d'ordinanza, cori (giuro) "grunge, grunge, grunge", ed i Nirvana sparati a tutto volume dagli altoparlanti delle macchine che lasciavano il parcheggio.
Vedevo la gente esaltata e festante e non riuscivo a lasciarmi andare, completamente in preda ad uno shock emotivo diverso da quello che mi sarei aspettato.
Lo shock emotivo dei miei sedici anni che se ne vanno.
5 Comments:
Cazzo, io li ho visti a Milano il giorno prima, e mi sono sentito esattamente come te!
ho rosicato moltissimo , non ho trovato i biglietti !
Però confesso che ho rosicato di più per non aver visto i Jennifer Gentle.
Come sono stati i JG ?
scusa non avevo visto l'altro commento...cancella pure :Ds
eh ho rosicato puere io. sono arrivato che mancancano venti minuti alle 22 e stavano caricando il furgone e andando via.
mi ritrovo in tutto quello che hai scritto, purtroppo o per fortuna non te lo so dire; sinceramente un po' di vuoto l'ho provato, per aver perso qualcosa dentro, un entusiasmo ingenuo forse.
ciò non toglie che io una mia converse l'ho persa durante il concerto... :D
scrivi sempre alla grande ragasso.
pg
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