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Weeds



martedì, giugno 06, 2006

We're from Barcelona... again

Primavera Sound 2 giugno 2006.
Wayne's World

In Italia è la festa della Repubblica. Non me ne accorgo fino a quando, tre giorni dopo, mi capita di vedere una puntata di Blob dedicata al due giugno. Appunto. Il fatto è che nella città di Primavera Sound il tempo scorre in un modo tutto suo. A tempo con la musica nell'aria e non seguendo le leggi del normale calendario.
Purtroppo il mio orologio biologico non mi permette di arrivare in tempo per il live set di Final Fantasy, ma riesco comunque a vedere metà concerto degli Applessed Cast.
Un po' Mogwai, un po' Built To Spill, un po' Death Cab For Cutie con la barba, rappresentano in pieno un certo tipo di indie americano. Quello assolutamente strasentito ed inutile, molto in voga nelle college radio. Il tipo di indie americano per cui vado matto io. Insomma.
Dopo di loro è il turno dei Costantines. Il loro ultimo album è passato un po' inosservato, ma dal vivo riescono sempre ad offrire performance all'altezza del loro nome. Che non è un nomone grande, ma ormai neanche troppo piccolino. Sembra quasi di vedere i Fugazi alle prese con il repertorio degli Afghan Whigs. Dopo una sana scorpacciata di energia, mi sposto verso il main stage dove sta per salire sul palco Karen O con i suoi Yeah Yeah Yeahs.
Dopo aver constatato ancora una volta come Karen si presti sempre e comunque ad essere il target ideale per un post di Go Fug Yourself ed ammirata da molto vicino la smagliatura che le segna le calze tracciando un ipotetico sentiero che unisce il ginocchio alla patata, non si può far finta di nulla di fronte la potenza live del trio (quartetto per l'occasione, grazie all'aiuto di un ex Folk Implosion/Alaska! di cui non ricordo il nome perché troppo mediorientalcomplicato). Purtroppo dal vivo le canzoni del nuovo album si dimostrano nettamente inferiori rispetto quelle dell'esordio, cosa a quanto pare condivisa da tutto il pubblico viste le ovazioni che accompagnano i pezzi vecchi e gli sbadigli di massa al momento delle nuove.
Purtroppo Nick Zimmer, chitarrista e terzo fratello Reid (illegittimo), deve lottare per tutta la durata del concerto con problemi tecnici enormi. Tanto da perdere la pazienza e spaccare la chitarra in segno di stizza neanche troppo nascosta.
Durante il live, Karen O riesce a dire "Uh" circa seicento volte e ad altrettante sono quelle in cui fa il gesto definito da un pool d'esperti come "il gesto del microfono di Karen O". Praticamente fa scorrere due dita sul filo del microfono, mentre al tempo stesso allunga il braccio con cui tiene il gelato. Un gesto armonico e masturbatorio che mi piacerebbe tanto veder fare a Pippo Baudo.
Archiviati gli Yeah Yeah Yeahs ed ascoltati da lontano i Drive-By Truckers (rockaccio americano, tanto buono quanto datato e scontato), decido grazie al mio senso di ragno di evitare il live dei Killing Joke (e le poche note che sento non mi fanno affatto pentire della scelta: sembrano i Rammstein. Peccato) e di recarmi verso il palco dove sta per salire Jens Lekman. Accompagnato come al solito dalla sua band di sole donne (se il mondo fosse giusto si chiamerebbero Jensettes), per l'occasione allargata anche ad una sezione fiati, propone i brani del suo album di esordio e degli innumerevoli E.P.
Il concerto è molto divertente, con Jens che si conferma entertainer di gran classe, in grado di trasformare un'oretta su un palco minore del festival in una puntata dell'Ed Sullivan Show.
Da segnalare il duetto con José "La Uallera" Gonzalez, impegnato nel difficile ruolo di quello che entra in un pezzo di Lekman con una lattina in una mano e la sigaretta nell'altra, solo per dire: "Yeah".
Delirio del pubblico e nuove scelte da fare. Qualcuno decide di rimanere lì per Isobel Country (nuovo nome di Isobel Campbell, courtesy of Pikkiomania), altri ancora corrono verso l'auditorium dove è il turno di Stuart A. Staples. Io, convinto di tracciare un'ipotetica linea di un percorso che collega due tipi di crooning differente, decido di andare incontro a Richard Hawley (per la serie: frasi sborone che si usano per spiegare perché si è visto un concerto piuttosto che un altro. In un mondo sano basterebbe dire:" Vado a vedere Richard Hawley perché mi va"). E' fantastico notare come molti dei musicisti che hanno basato e basano la loro carriera sull'umbratilità, si rivelino spesso dei fenomenali cazzoni.
Richard Hawley, tra una ballata languida e l'altra, fa continue battute, offende gli spettatori dei potenziali concorrenti ed invita tutti gli astanti a Sheffield per un tè ("Come see us in Sheffield. We'll put the kettle on").
Attacca subito con Coles Corner e tra le coppiette presenti si scatena immediatamente una gara a chi muove la lingua più velocemente. Il concerto passa via leggero, merito delle canzoni (in prevalenza quelle dell'ultimo, ottimo, album) e di una band che sa veramente il fatto suo.
A concerto finito inizio a prendermi in giro, tiro fuori dalla tasca il programma e giuro a me stesso di andare a vedere le E.S.G.
Questione di curiosità e di etica giornalistica: le E.S.G. non fanno dischi praticamente da trent'anni, il loro concerto è un evento e poi in contemporanea suonano solo i... Dinosaur Jr.
Cazzo, i Dinosaur Jr. Uno dei miei gruppi preferiti in assoluto, tipo che nomino J Mascis ogni due per tre, ma... no. Li ho già visti, mi sono piaciuti, ma li ho già visti. Meglio le E.S.G.
Anzi: vedo un pezzo dei Dinosaur e poi mi sposto al Danzka. Promesso.
Barlow, Mascis e Murph (in rigoroso ordine alfebetico) salgono sul palco con un po' di ritardo. Prendono in mano gli strumenti e cominciano a pestare come addannati.
La gente del pubblico dondola la testa, lo faccio anche io nel pit dei fotografi. Lo faccio talmente tanto che mi guardano tutti male. Decido di restare fino al terzo pezzo, al quarto è tutto più chiaro: vedo i miei buoni propositi che mi salutano, salgono in macchina e si dirigono verso l'Olimpica. Se ne vanno a puttane. In pratica.
Come al solito alternano solo brani dei primi tre LP, quelli scritti quando ancora non erano junior e che fa un certo effetto sentirli suonati così. Da senior.
Il delirio si scatena ovviamente durante Just Like Heaven e Freak Scene, loro lasciano il palco e ritornano per un bis volante. Loud, talmente loud che più loud non si può.
Loud taste metallic.
Corro a vedere le Slater-Kinney. Fin da quando, sei anni fa, mi era capitato di assistere ad un loro concerto in una piazza di Latina, davanti ad un palazzo che recava sulla facciata la scritta Opera Balilla ed una folla composta da venti unità divise equamente in persone interessate e abitanti del luogo presenti sul posto solo per gridare, continuamente: "Viva il Gay Pride!", sono rimasto con l'amaro in bocca per non averle potute ascoltare in un contesto adatto.
Finalmente ci siamo. Il pubblico è caldissimo. Talmente caldo che la povera Carrie Brownstein si becca un pallone da pallavolo dritto sulla faccia.
Il bello delle Sleater-Kinney è che sono un gruppo all-female che non suona e non si comporta affatto come un gruppo tutto al femminile. Forse l'unica band ad essere venuta fuori dall'universo riot senza dover per forza ricorrere a proclami ultrafemministi e gesti provocatori come lanci di assorbenti e quant'altro. Per carità, tutte cose che servono e in alcuni casi anche molto, ma vedendo le Sleater-Kinney sul palco non si può non pensare al loro come al più vero esempio di femminismo in musica. Un gruppo vero che suona della musica vera indipendentemente dal gender e da quello che dovrebbe rappresentare. Corin Tucker canta, graffia ed ammalia al tempo stesso, Janet Weiss è un vero spettacolo. Una batterista coi fiocchi (o i controcazzi, ça sans dire). Su Carrie Brownstein ho veramente poco da dire che non sia stato già scritto, una chitarrista eccezionale. La vera Queen of the Stone Age.
Abbandono il concerto durante quello che presumibilmente dovrebbe essere l'ultimo brano, Entertain. Manca poco ai Flaming Lips e non voglio perdere neanche un minuto.
Voglio essere lì per la preparazione dell'ordigno.
Assistere all'accensione del timer e rimanere esterrefatto di fronte all'esplosione finale.

Trovo Wayne Coyne sul palco intento ad armeggiare con il megafono e altre diavolerie. Ha tutti i tecnici intorno. La folla lo chiama, lui fa ciao ciao con la manina, prende una manciata di coriandoli da un sacchetto e li lancia sopra la sua testa, ridendo. Saluta ed esce fuori, passano pochi secondi e la parte destra del palco viene presa in ostaggio da un manipolo di Babbi Natale faretto-muniti.
A sinistra invece ci sono delle aliene vestite di viola con tanto di maschera verde che pare presa pari pari da un b-movie. I roadie sono Capitan America e Superman, la fotografa è Wonder Woman. Secondo voci di corridoio al banco mixer siede L'uomo da sei milioni di dollari.
Spiderman alle luci. Ovvio.
Entrano i Flaming Lips.
Wayne Coyne vestito da Wayne Coyne, con il solito completo color tortora (lercio), Steven Drozd con una tutona da meccanico aerospaziale, Michael Ivins da scheletro che pare essere uscito direttamente dall'armadio di Around The World dei Daft Punk e il batterista dei Flaming Lips da batterista dei Flaming Lips.
Il tipico cliente di Jay e Silent Bob.
Durante l'intro Coyne incomincia a sparare stelle filanti e coriandoli sul pubblico in un diluvio di colori. Passa un attimo ed inizia Race for the Prize, il maxischermo dietro la band si accende, i visual scorrono velocissimi come in una specie di Blob postmoderno.
Il singalong della folla è impressionante, talmente impressionante da costringere Coyne ad ammettere di trovarsi per la prima volta di fronte ad un pubblico capace di cantare in coro anche i momenti strumentali.
Parte Free Radicals, è il momento delle mani giganti che vengono piazzate su quelle del cantante. E' impressionante. Una vera festa.
Dopo il pezzo Drozd ringrazia per la prima volta il pubblico. Lo fa in spagnolo e con una voce volutamente stridula (tipo cantante dei Cugini di Campagna). Da lì in poi lo farà sempre.
E' il momento di Yoshimi, ancora coriandoli e stelle filanti, sullo schermo centrale vengono proiettate le immagini del video. Su quello di lato. Beh, su quello di lato vengono mostrati i chiari segni del mio squilibrio mentale.
Sono sui maxischermi.
Sono sui maxischermi che piango e rido. Insieme.
Yoshimi viene ripresa chitarra,voce e pupazzetto da ventriloquo sul finale.
E' il momento dell'estasi collettiva. Quello della Catena dell'amore.
Vengo fatto uscire dallo spazio tra le transenne e il palco e cerco un posto in mezzo alla folla.
Vein of Stars è forse la canzone più bella di "At War..." e dal vivo conferma tutto il suo potenziale. Le immagini, velocissime, che ritraggono stelle e pianeti danno l'idea di essere capitati per caso nel teletrasporto di Star Trek.
Arrivi a destinazione e ad aspettarti trovi il Doctor Spock che introduce al pubblico The Yeah Yeah Yeah Song. Prima accennata in versione rallentata ed unplugged, poi eseguita a mille all'ora. Si balla e si salta.
Yeah, Oui, Ja, Da, Hai, Jeso, כן, Sì!
Per The W.A.N.D. viene applicata sul petto di Wayne Coyne una lampada che va a tempo con la cassa della batteria.
Un presentatore non meglio precisato di una televisione non meglio precisata introduce She Don't Use Jelly. Tutti cantano e ballano di nuovo.
Anche questa canzone viene ripresa unplugged alla fine.
Wayne si lancia nei ringraziamenti di rito, chiede agli organizzatori del Primavera di poter tornare un altro anno. E' la fine.
Scorrono immagini riprese da un episodio di Beverly Hills 90210. Durante Do You Realize? vengono gonfiati con una pistola due palloni giganti.
Il primo, giallo, esplode in una pioggia di coriandoli sulle teste della gente.
Il secondo viene lasciato libero di rimbalzare.
Come bis viene riproposta War Pigs dei Black Sabbath del 1969.
Atto finale del concerto, accompagnato da flash raccapriccianti, istantanee di persone dilaniate dalla guerra.
I Flaming Lips suonano benissimo. Mettono in piedi un baraccone e tuttavia riescono a sembrare assolutamente credibili. Non si prendono sul serio, ma scavano nel profondo.
Ci sarebbero gli Animal Collective sul palco del Danzka. Ma non ce la faccio.
Sono troppo felice così.

6 Comments:

Blogger Mr. Onward Toward said...

SHELLAC SHELLAC SHELLAC SHELLAC SHELLAC SHELLAC SHELLAC SHELLAC SHELLAC SHELLAC SHELLAC SHELLAC SHELLAC SHELLAC SHELLAC

3:00 PM  
Blogger colas said...

domani.

3:08 PM  
Blogger sadpandas said...

Con tanto ma tanto ma tanto affetto:
limortaxxitua.

6:10 PM  
Anonymous benty said...

bei post Colas, acqua fresca per chi in questo periodo deve rinunciare pure ai concerti sotocasa per cause di forza maggiore. certo ti odio, però anche ti amo. ciao

9:31 AM  
Anonymous Anonimo said...

ti invidio profondamente per le Sleater-Kinney

11:38 AM  
Blogger colas said...

benty, non dire così che mi preoccupo!:D

11:52 AM  

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