Un oscuro scrutare
The Namesake
Mira Nair

Non ho niente contro i film "pallosi". Niente.
Anzi: mi piacciono. Avverto quasi costantemente il bisogno di una bella mattonata nelle balle, un film straziante dove non esistono spiragli di luce e redenzione.
Quei film in cui fin dal primo segmento della prima scena diventa subito chiaro lo stato d'animo che ti accompagnerà fino alla fine delle due ore (Regola n.1: i film pallosi durano sempre un casino).
A starmi fortemente antipatici sono gli ibridi. Le vie di mezzo. Tutto quel tipo di cinema che cerca di essere introspettivo, tragico ed intellettuale, senza rinunciare mai nettamente a piccole aperture da commedia che lo rendono più digeribile e irrimediabilmente furbo.
La prima di un film di Mira Nair è uno di quelli eventi in grado di smouovere e mobilitare tutta la Roma più radical chic. La sala Santa Cecilia dell'Auditorium viene presa d'assalto da un tripudio di collanine, camicie dal taglio etnico, erre moscie e signora mia.
Quando gli attori e la regista entrano in sala è un delirio. Dopo la standing ovation preventiva, arriva finalmente il momento di vedere il film.
Bastano pochi secondi (più o meno quando sullo schermo appare il nome di Nitin Sawhney accreditato come autore delle musiche) per capire che quello a cui si sta per assistere non è nient'altro che il piede perno su cui si baseranno le "tendenza borsettistiche" di questa fine 2006.
Per farla corta per farla breve (a noi ce piace de magna' e beve ma nun ce piace de lavora):
"The Namesake" è la storia di una ragazza indiana, Ashima, che sposa un suo connazionale emigrato in America (matrimonio combinato, ovviamente).
La parte iniziale è tutta tesa a sottolineare il senso di spaesamento di Ashima nei confronti della sua nuova vita americana ed il crescente amore verso il marito Ashok.
La svolta avviene con la nascità del primo figlio che, per un motivo che non racconto altrimenti rovino la sorpresa, viene chiamato increbibilmente Gogol. Come lo scrittore.
Da qui in poi il baricentro della storia si sposta sui figli (c'è anche una sorella: Sonia), nati e cresciuti in America e in perenne lotta con le loro origini e tradizioni.
Lo sviluppo del film è previdibile, basato interamente sull'alternanza tra momenti tragici e comici (quasi al limite della macchietta), la morale anche.
Non serve scappare da se stessi per sentirsi liberi.
I dialoghi sono spesso telefonati, parecchio telefonati. A tal punto che piuttosto che essere scritti da uno sceneggiatore sembrano presi dai tabulati delle intercetazioni effettuate di nascosto dalla Telecom Italia.
"Prendiamo una casa in Provenza, Pierre dice che di estate è molto bella."
"Chi è Pierre?"
Faccia contrita, sbuffo, sguardo che si nega e...
"Hai un amante!".
Non è un film brutto, magari.
I film brutti possiedono delle peculiarità, vivono della capacità di insinuarsi nella memoria e seppur non riescano a lasciare un buon ricordo, difficilmente vengono dimenticati.
"The Namesake", invece, scorre e bene (certo, poteva durare tranquillamente tre quarti d'ora di meno), ma il suo effetto svanisce con il passare dell'ultimo titolo di coda.
Ad irritare è più che altro la sensazione di volare alto e dire delle cose pur rimanendo in realtà sempre terra terra e scontato.
Tutto a cinquanta centesimi.
2 Comments:
felice di aver partecipato all'evento borsettaro, aggiungo che potevi benissimo rivelarlo, il motivo del nome Gogol, peraltro evidente fin dalla prima scena. la mancanza assoluta di qualsivoglia sorpresa è la caratteristica più evidente di sto film.
ehehehe.
Hai ragione, ma l'enfasi data alla scena della "rivelazione" mi aveva fatto pensare che questa cosa poteva essere sorprendente per qualcuno:D
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