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Weeds



domenica, giugno 17, 2007

It doesn't matter (The Chemical Brothers live in Rome)



Essere invitati ad un live dei Chemical Brothers, due giorni dopo la seconda Please Don't Go (a proposito: grazie a tutti!), è la cosa più simile ad una "quadratura del cerchio" che mi sia capitata ultimamente. Il modo migliore per chiudere una settimana, la mia, segnata in un modo o nell'altro dagli "anni '90".
Forse mi sbaglierò, ma volendo storicizzare il momento in cui la musica da ballo è finalmente finita tra gli scaffali degli amanti del rock, non si può non pensare al 1997 come l'anno del "big bang". Il momento in cui la cassa in quattro lasciava i rave e diventava pop. Pop moderno.

1997 - 2007. Dieci anni esatti. I Chemical Brothers c'erano già e, nel bene e nel male, ci sono ancora. Mi ricordo di aver fatto una cassettina, C90, un mastodonte con da una parte "Urban Hymns" e dall'altra "Dig Your Own Hole". Arrivare in fondo era un'impresa titanica, ma l'idea di aver preparato un nastro contenente sia The Drugs Don't Work che The Private Psychedelic Reel, mi rende ancora oggi orgoglioso.
Nel 1997, mentre era d'obbligo impazzire per "OK Computer", ti sentivi quasi in colpa ad ascoltare un disco del genere. Ti sentivi "alla moda" e al tempo stesso terribilmente in ritardo, perché se era all'ordine del giorno sentire frasi come: "Roni Size è la fusione perfetta tra l'uomo e la macchina", non potevi non accusare il disagio di essere arrivato "su una cosa" proprio nel momento esatto in cui ci arrivano tutti gli altri. Sapevi, insomma, che il bello era già passato e che da lì in poi sarebbe stato solo declino. Tutto sarebbe diventato "normale" e "assimilato".
Anche se dietro l'angolo, dall'altra parte della strada, c'era "Homework" che stava arrivando e qualcosa di bello sarebbe ancora dovuto succedere.

Cercando di individuare una data simbolica tra il momento in cui i Chemical Brothers hanno smesso di essere nuovi e quello in cui sono diventati delle popstar, si può fare riferimento al giorno in cui Tom Rowlands ha deciso di tagliarsi i capelli.
Fateci caso: con Tom nerdone e capellone, come andava di moda all'epoca dei rave, i Chemical hanno tirato fuori i loro album migliori (da "Exit Planet Dust" a "Surrender"). Poi con l'immagine riveduta, corretta ed annacquata, si sono limitati ad inseguire e rinverdire i fasti di un cliché diventato con il tempo un approdo rassicurante. Nonostante siano comunque riusciti a centrare ancora qualche singolone (It Began in Afrika, per dirne solo uno), l'interesse verso la loro musica è andato via via scemando.

Non è un caso che il concerto di ieri sera sia stato spostato dal PalaLottoMatica (dove era inizialmente previsto) all'infinitamente più piccolo Stadio della Pallacorda, al Foro Italico.
Se da una parte è stato un bene (è folle organizzare concerti al chiuso il 16 di giugno), dall'altra è stato impossibile non notare gli spazi vuoti anche dove la calca era veramente degna di questo nome.
E' che andare a vedere un concerto dei Chemical Brothers, oggi come oggi, è la stessa identica cosa che andare ad un concerto degli U2 o svenarsi per almeno una delle date della reunion dei Police. Innanzitutto per i costi: 57 euro, un prezzo da vecchie glorie. Tipo che con 20 euro in più diventa un concerto degli Who. Ma non solo, è lo spettacolo ad essere diventato veramente "grosso": con un maxischermo che prende l'intero palco, i rack pieni zeppi di effetti, synth e quant'altro, disposti come fossero la plancia di comando di un'astronave e una scaletta impeccabile. Con Hey Boy, Hey Girl (la loro Stairway to Heaven?) buttata in pasto alla folla a pochi pezzi dall'inizio e liquidata in poche battute, il resto dei brani rimaneggiati quel giusto che serve per renderli diversi ma comunque riconoscibili (The Golden Path decisamente più heavy e con le strofe sacrificate in favore del loop del ritornello ripetuto all'infinito). Per non parlare dei visual. Fantastici: dal progetto architettonico del "Cuppolone", velocizzato e riprodotto durante Believe, all'invasione dei robot giocattolo (in 3D), alle palline che rimbalzano ed esplodono rilasciando vernice. Tutto perfetto. Tutto come doveva essere. Tutto normale. Una valanga di bassi non sempre trascinanti (ammetto anche di essermi seduto in un paio di occasioni, con la sensazione di trovarmi ad un concerto fatto più per essere guardato che ballato) e mani alzate ed agitate a tempo.
Il tutto per un pubblico che non è quello dei normali ritrovi elettronici (non c'era né il popolo di Dissonanze, né quello del venerdì sera al Goa) e neanche quello degli indie rocker più aperti al ballo. Quella fetta di popolazione ormai abituata alla fusione estetica di rock e dance, anestetizzata a colpi di nuovi sampler Ed Banger e compilation Kitsunè (il gergo da ballo più abusato e compreso da quelli che normalmente ballano poco), probabilmente era da un'altra parte.
C'era, invece, il pubblico dei maxi raduni, quelli che tromba d'aria permettendo, magari, questa sera sarebbero partiti per andare a vedere Vasco al festival della birra.
Gente da sabato sera. Gente da grande evento.
Gente all'inseguimento della nostalgia di un passato non ancora divenuto tale.

4 Comments:

Anonymous Smeerch said...

Già. I Chemical Brothers. Non è roba nuova ma nemmeno vecchia. Ma a noi piace e chi se ne frega.


Grazie a te.
http://smeerch.splinder.com/post/12681116/Grazie+90

12:49 AM  
Anonymous Anonimo said...

Gente per cui (cosa che non smette *mai* di destabilizzarmi) questo passato è ancora 'futuro'.
Quasi come un 'borsello' (op. cit.).
Condivido in pieno la teoria dei capelli.


TheSadPandas

12:51 AM  
Blogger TS said...

"la fusione perfetta fra l'uomo e la macchina" erano i Fear Factory ahahahahahahahahahahahhahahahahahah

1:10 PM  
Blogger colas said...

ahaahhahhaha

i fear factory erano la fusione perfetta tra la macchina e il demonio
:D

1:23 PM  

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