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Weeds



giovedì, agosto 02, 2007

Devo trovare un titolo che sia adatto (Twenty-hate)

Mia nonna era una tosta.
Rimasta vedova prima dei cinquant'anni, non ha mai voluto cedere al passo della vecchiaia e, finché ha potuto, ha lottato per non perdere la sua autonomia.
Viveva da sola, mia nonna, in un paesino di quelli che sembrano essere usciti dritti dritti da una cartolina dell'Italia che fu.
Un borgo medievale tutto chiese e piazzetta in cui tutti facevano tutto: il barbiere? E' quello che vende anche i giornali. La tabaccaia? Eccola, puoi comprarci anche il latte ed i biscotti per la colazione. Una microsocietà multitasking in cui veramente non si buttava via niente.
Tutto aveva una doppia valenza. Tutto poteva essere utile.

Mia nonna faceva la sua vita. Una vita normale, niente storie sovrannaturali di nonne con il coltello tra i denti e imprese impossibili da compiere.
A nessuno verrebbe mai in mente di scrivere un romanzo su mia nonna, e va bene così.
A lei non avrebbe fatto troppo piacere. L'avrebbe vissuta come un'invasione del suo privato e non era facile invadere il privato di mia nonna. Non era facile per niente.
Faceva la sua vita. Una vita scandita da piccole certezze quotidiane: Peppino che ti porta il giornale alla mattina, il mercato del venerdì e la messa. Tante messe. Almeno un paio al giorno. Una appena sveglia, ad un'ora in cui anche i preti dovevano tenere gli occhi aperti con gli stuzzicadenti per non addormentarsi sull'altare, una il pomeriggio ed ogni tanto, ogni tanto, mica sempre, una anche la sera. Una vita scandita dalle funzioni religiose.
D'altronde, in quel paesino funzionava così. Gli unici momenti di vita sociale si consumavano in due luoghi: al bar, magari con una partita a carte, e a messa.
Nella mia famiglia tutti odiano le carte. Qualcuno anche le messe.

Mia nonna passava a casa nostra una ventina di giorni all'anno, non di più. Quasi sempre sotto Natale, prima di spostarsi per altri venti giorni a casa di mia zia.
Dopo il quarto giorno cominciava a soffrire, sentiva la mancanza del suo borgo, le mancavano i piccoli riti quotidiani, si sentiva costretta tra quattro mura, ma stringeva i denti e tirava avanti. Che cosa volete che siano venti giorni nell'arco di una vita? Mia nonna era una tosta, l'ho già detto?
Per ricambiarla di questo piccolo, enorme, sacrificio, i miei mandavano me e mia sorella, non insieme, prima uno e poi l'altro, ospiti da lei per un po' di settimane, durante le vacanze estive.
Io la odiavo. Cioè, non odiavo lei, ma tutto quello che significava vivere da lei per un paio di settimane sì, quello l'odiavo. Non ricordo se fosse sempre stato così, c'è stato sicuramente un momento in cui quella vacanza prima della vacanza era tutto quello che aspettavo, ma è durato poco.
E' che per uno che viene da fuori, sia questo un adulto o un ragazzino, la vita in un paesino del genere non è per niente facile. Nonostante tutti gli sforzi che puoi fare per adattarti, per la gente del luogo sarai sempre un corpo estraneo. Un "forestiero".
Mia nonna non capiva, mia nonna ce la metteva tutta.
Per lei era una questione d'onore. Voleva farmi stare bene, voleva dimostrare ai miei che era in grado di crescermi meglio di chiunque altro ed al tempo stesso cercava continuamente di mischiarmi con la gioventù del luogo. Era un punto d'onore, mi ripeto.
Ecco, se guardo indietro nel tempo e cerco di stabilire la data, il momento esatto, in cui ho cominciato ad avere serie difficoltà d'interazione con le altre persone, la prima cosa che mi viene in mente sono proprio quei giorni passati a cercare di entrare in contatto, controvoglia, con una fauna locale che tutto voleva tranne che fare amicizia con me.

E come dargli torto. I ragazzini di paese sono come una specie di falange armata, i padroni del mondo. Del loro mondo fatto di giornate spese in strada e scampagnate nei borghi vicini.
Interagire con loro voleva dire entrare con tutti i piedi e le scarpe tra le pagine de Il signore delle mosche. Il signore delle mosche senza giungla, ma sul pavé.
Non ho mai capito di preciso cosa facessero, in quel paese non si poteva giocare a pallone, le strade erano tutte in salita, la bicicletta invece era l'unico vero mezzo di trasporto possibile.
Ed io non l'avevo. Non l'avevo lì.
Di solito il giorno del mio compleanno i miei mi venivano a prendere e mi portavano in giro per festeggiare. Tranne un anno. Un anno in cui mia nonna si mise in testa di organizzarmi una festa lì, a casa sua e con la gente del luogo.
Un incubo, in poche parole.
Con il passare degli anni mi è capitato altre volte di festeggiare con gente di cui non me ne importava un fico secco, è capitato e capiterà ancora, ma quell'anno lì era diverso. Quell'anno avevo proprio paura. Paura non so bene di cosa, ma ce l'avevo.
L'unico ricordo positivo che ho di quella giornata è legato ad uno dei regali che ho ricevuto. Un mangianastri Irradio. Il mio primo "stereo" personale. In un certo senso è come se la mia vita fosse cominciata quel giorno.

Una volta sono scappato di casa, ho camminato a piedi fino ad un paese limitrofo. Per i ragazzini di lì fare una passeggiata fino "al Caùto", lo chiamavano così, non ho mai capito se fosse veramente il suo nome, era una cosa normale. Per me era un'avventura.
Mentre camminavo per chilometri e chilometri, dalla mattina fino al pomeriggio, andata e ritorno tra salite, boschi, boschi e salite, mi sentivo Indiana Jones.
Una volta rientrato in casa ho preso tanti di quei calci in culo che ancora sento dolore se ci penso.

E' stata la prima e l'unica volta in cui mia nonna mi ha picchiato, ma aveva ragione lei. Avevo fatto una cazzata. E' stata la prima e l'unica volta che mi ha picchiato, poi si è sentita in colpa.
"Tieni, vatti a comprare un gelato adesso!"
"Ma sono duecento lire, che gelato ci compro con questi soldi?"
Paff. Un altro schiaffone.

All'epoca in televisione davano un quiz molto particolare. C'era un conduttore che leggeva il numero di serie sulle banconote da mille lire. Se tu che in quel momento eri davanti alla tv possedevi il millino fortunato, dovevi prendere la cornetta e chiamare. Di corsa. In fretta.
Mia nonna era una patita di quel programma, era talmente in fissa che aveva smesso di spendere le mille lire e le teneva tutte da parte. In una scatola di scarpe.
Ogni sere mi costringeva a stare con lei davanti alla televisione per controllare i numeretti.
"Non ci leggo bene", diceva. Io sì, io ci leggevo bene, ma mi rompevo talmente tanto le palle che leggevo un numero sì e uno no.
All'epoca, la sera, dormivo in camera con lei. Mia nonna aveva dei capelli lunghissimi, fino al sedere. Il bello è che guardandola di giorno era impossibile accorgersene.
Aveva un modo di legare i capelli laborioso quanto il progetto di una Ferrari. Non ho mai capito come facesse, l'unica cosa che so è che riusciva a farli sembrare corti. Ed erano lunghissimi.
Ogni vola che dormivo in stanza con mia nonna pensavo alla morte. Non lo so perché , ma lo facevo. Sempre.

Mia nonna è morta mentre facevo la visita dei tre giorni. Dieci anni fa esatti.
L'ho saputo chiamando i miei da una cabina del telefono, prima di tornare a casa.
Mentre mia madre mi dava la notizia, nell'altro orecchio avevo un auricolare.
Girava il nastro di un disco vecchissimo dei Litfiba.
"Delle mie ali, ali di cera, che ridono di me", diceva Pelù mentre mia nonna moriva.

A casa sua ci sono tornato spesso negli ultimi dieci anni e per puro caso è capitato di festeggiarci ancora il mio compleanno. Questa sera, probabilmente andrò a dormire lì.
Con un altro anno sulle spalle.

18 Comments:

Anonymous Anonimo said...

A certi post non servono commenti.
Uno, però, concedimelo: Auguri.
(Grace)

10:56 AM  
Anonymous kay said...

uno dei tuoi post più belli.
auguri!

10:57 AM  
Anonymous Anonimo said...

Auguri!

11:13 AM  
Anonymous nin-com-pop said...

:)

('guri)

11:13 AM  
Anonymous onanrecords said...

Auguri :)

1:08 PM  
Anonymous disorder said...

Auguri :)
(e ora mi sto scervellando per ricordare altri dettagli del quiz sulle 1000 lire, che ricordo anche io ma molto vagamente)

3:40 PM  
Anonymous Presidente said...

Ah..auguri Colas!

7:33 PM  
Anonymous Felson said...

Auguri!!
(il gioco me lo ricordo, il presentatore era Lando Buzzanca... o forse Gigi Proietti? Però me lo ricordo!)

8:37 PM  
Anonymous Anonimo said...

Buon compleanno, sperando finora sia stato bello bello. Serena

8:49 PM  
Anonymous enver said...

howgooree, come dicono in friulandia

(scusa il ritardo)

8:40 AM  
Anonymous Sterbus said...

no no era Lando Buzzanca!

4:13 PM  
Blogger colas said...

lando lando

4:35 PM  
Blogger dufresne said...

la storia che racconti potrebbe essere quella della mia infanzia.
le salite così dure da affrontare in bicicletta, le giornate troppo dure per essere affrontate da un bambino, la vita del borgo, sempre uguale. le estati trascorse nel paese di mia nonna, con mia nonna, ad alatri, e con una parola che accompagnava tristemente le mie giornate: noia. ma anche tanti bei ricordi, soprattutto tante scoperte...
fine momento mellon collie.

ah, auguri! :D

pg

8:19 PM  
Anonymous Anonimo said...

Alla fine non ce l'ho fatta a passare, ma ci tengo a ribadirti i più sinceri auguri di buon compleanno!
Un abbraccio,

Davide "Benito":)

8:59 PM  
Anonymous Anonimo said...

Quel borgo è il mio borgo, l'Oregon nascosto in Italia; un momento impagabile e sempre uguale (ripetuto tutti i giorni) coincide con la fine del rettilineo in salita, con il pianetto dopo la curva a sinistra, quando l'aria diventa freschissima anche ad agosto perché lì gli alberi proteggono l'asfalto dal sole. In bicicletta, ovviamente. Poi la sosta in piazza per una granita o per mezzo litro d'acqua, poi la discesa liberatoria verso casa mia...
-nordovest

7:00 PM  
Anonymous Anonimo said...

"coincideva"...purtroppo ho smesso di frequentare il borgo...
-nordovest

7:01 PM  
Blogger Bloggointestinale said...

letto solo ora, splendido davvero.
auguri colas.

8:10 AM  
Anonymous Anonimo said...

è appena mancata mia nonna.
mi sono venute le lacrime agli occhi leggendo il tuo post.
anche lei era una tosta. la donna più tosta che io abbia conosciuto.
e tutte le domeniche si lasciava pettinare per ore da me (che allora desideravo fare la parrucchiera), e poi si guardava allo specchio e mi dava la mancia.
mi manca tanto.

debsun

5:51 PM  

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